La cerimonia del battezzare, ai tempi del Battista, veniva praticata abbastanza diffusamente dal popolo ebraico. In modo particolare era presente nella comunità essena di Qumran, che era situata a pochi chilometri di distanza dal luogo in cui Giovanni predicava e battezzava. Per gli esseni esso aveva una funzione di purificazione rituale e di impegno morale. Questo distingueva gli esseni dagli altri ebrei, per i quali l’immersione nelle acque significava solo purificazione rituale senza comportare una conversione del cuore. Giovanni subisce l’influenza essena. Ma mentre per essi il battesimo era strettamente riservato ai membri della loro comunità, il Battista battezzava tutti gli ebrei desiderosi di cambiare comportamento. Un giorno, proveniente dalla lontana Galilea, tra gli aspiranti battezzandi si presenta il Nazareno. Lo Spirito, che già prima della creazione del mondo, “alito di Dio” (Gen 1, 2), aleggiava sulle acque, si posa su Giovanni, lo illumina e gli fa riconoscere il Messia in carne ed ossa. Questo lo turba e protesta: “Sono io che ho bisogno di essere immerso da te, e tu vieni da me?” (Mt 3,14). Ma Gesù respinge le rimostranze: “Lascia per adesso, perché conviene che così adempiamo ogni giustizia” (Mt 3, 15). È importante non dimenticare che giustizia, nella mentalità ebraica, significa la perfetta osservanza della Legge. Gesù si immerge nelle acque e riemerge come tutti. Dio assiste dall’alto. Ma non può intervenire direttamente perché nessuno può sopravvivere alla sua diretta presenza. Allora una colomba accompagnata dalla “bat kol” (figlia della voce) squarcia il cielo ed annuncia: “È questo il mio Figlio, l’amato, in lui ho riposto la mia benevolenza” (Mt, 3, 17). Questa voce, che è un’ineffabile esperienza spirituale, illumina sia Giovanni che Gesù. E cambia profondamente il significato dell’immergersi nelle acque del Giordano. L’acqua non significa più purificazione rituale e segno di conversione. Con il Messia entrarvi significa vivere, ed uscirvi vuol dire morire al passato per risorgere al futuro. Il suo battesimo non è perdono dei peccati e neppure conversione, non investe il passato ma proietta verso il futuro. Con il battesimo Gesù comincia la sua vita pubblica di predicazione e testimonianza. La sua vita non si dipanerà all’ombra della nevrotica osservanza della Legge, ma sarà’ sorretta ed illuminata dalla carità, unica certezza e testimonianza della presenza di Dio nella vita di ogni persona che si professa cristiana. La “bat kol” è il faro che guida, illumina, sostiene chi vacilla, perdona chi cade e dà il coraggio di sperare sempre, perché alla fine della vita saremo misurati soltanto sull’amore che si fa regola di comportamento attraverso la carità vicendevole. |